lunedì 15 aprile 2013

J. M. Coetzee - The Childhood of Jesus

Recensione di Cristina Taglietti sul nuovo romanzo dello scrittore sudafricano Coetzee.


Che cosa può esserci di più utopico di una città chiamata Novilla? Un luogo dove non si può che ricominciare, cogliendo tutte le promesse di rigenerazione contenute in quel nome, seppellendo nei meandri della memoria qualunque cosa ci sia stata prima. Lì arrivano, su un barcone che ricorda i viaggi della speranza di tanti rifugiati di oggi, un vecchio e un bambino. Non si sa da che cosa fuggono, si sono conosciuti sulla nave, il bambino ha perso la lettera che teneva appesa al collo in cui si spiegava chi è la madre, quindi nessuno sa nulla delle sue origini. Sono in cerca della donna, ma prima ancora di un posto dove vivere, di un lavoro da fare per il vecchio, di cibo e vestiti nuovi per entrambi. Vengono accolti da un «centro di ricollocazione» efficiente ma non compassionevole, che rimanda direttamente alle trafile degli immigrati dell’inizio del Novecento a Ellis Island. 
Vengono da una sorta di campo di addestramento nel deserto, tappa obbligata per tutti i migranti, sei settimane per imparare lo spagnolo, lingua ufficiale di Novilla, un luogo dalle atmosfere vagamente messicane. «Non è mio nipote, non è mio figlio, ma sono responsabile per lui» dice il vecchio, Simón, protagonista con il piccolo David di questo nuovo romanzo dello scrittore sudafricano J. M. Coetzee, premio Nobel nel 2003, uscito in inglese qualche settimana fa, The Childhood of JesusLa fanciullezza di Gesù», uscirà in Italia a novembre da Einaudi). Un libro che la critica ha già candidato al terzo Booker Prize (Coetzee ne ha vinti due, ma non si è mai presentato a ritirarli), misterioso ed erratico nonostante la prosa riposante dello scrittore («un po’ di oscurità non ha mai fatto male a nessuno» ha detto durante un reading lo scorso anno a Città del Capo). Coetzee affida al lettore più domande che risposte rendendo subito evidente che non si tratta di una semplice rilettura del Vangelo, cosa che molti scrittori hanno fatto prima di lui, basti solo pensare a un altro premio Nobel, Josè Saramago.
Apparentemente Coetzee parte da una domanda: come verrebbe accolto, oggi, l’avvento inaspettato di un bambino straordinario? Quanti sarebbero pronti a riconoscere in lui un profeta? Ma il tema svolto è molto meno aderente alle suggestioni del titolo di quanto ci si possa aspettare. Le peregrinazioni alla ricerca di un posto dove stare ricordano quelle della sacra famiglia; come Gesù, David è accompagnato da un padre che non è quello biologico. Se Gesù è portatore di un nuovo ordine sociale, David propone una nuova matematica (altra ossessione dell’autore) che non accetta che i numeri semplicemente arrivino uno dopo l’altro, come se fossero coscienti di qual è il loro posto (ma l’autorità lo manderà in una scuola speciale dove all’invito: «Dì la verità» si sentono rispondere: «Io sono la verità»); come Gesù, anche David crede di poter riportare alla vita i morti, di moltiplicare i pesci. Inès, una vergine che i due vedono per caso mentre gioca a tennis risponde alla chiamata e, come Maria, accetta di diventare madre, la madre di David appunto. 
Come tutti i romanzi di Coetzee, anche questo ha molteplici facce. Tutta la prima parte del libro è incentrata sul tentativo dei due di cominciare effettivamente una nuova vita in questa città che è basata su un sistema vagamente socialista con qualche deriva New Age, dove i bisogni della vita sono buddhisticamente ridimensionati: le case sono dello Stato, si mangia per lo più pane (un altro riferimento biblico), il sesso viene praticato senza slancio, le passioni in genere sono raffreddate, nessuno impreca, gli scaricatori di porto seguono lezioni serali di filosofia che sono parte del Welfare, dove platonicamente si discute della «sedietà della sedia», le partite di calcio sono gratis, la burocrazia ridondante e opprimente.
Coetzee ha praticato spesso, nei libri precedenti, la forma allegorica, ma qui è più difficile da decodificare anche se Novilla ricorda più l’impero di Aspettando i barbari (dove il riferimento era all’apartheid) che l’isola su cui naufraga la Susan Barton di Foe, un romanzo che si presenta in qualche modo come la riscrittura di Robinson Crusoe. La trama di The Childhood of Jesus è infarcita di discussioni più o meno filosofiche sulla natura umana, dove naiveté e profondità sono indistinguibili e che permettono a Coetzee di riannodare continuamente i fili di alcune sue ossessioni letterarie, da Kafka a Beckett. 
Ma è a Cervantes l’omaggio più esplicito: David impara a leggere sulla storia di Don Chisciotte scritta da Benengeli, il manoscritto che a Cervantes serve da pretesto per il suo romanzo, ma lo stravolge dandone un’interpretazione letterale.
Tutto è essenziale, tutto è perfettamente coerente nell’impianto narrativo, Coetzee non sbaglia un passo, eppure la sensazione è che il libro cominci soltanto quando si arriva all’ultima riga. La (sacra) famiglia, a cui si sono aggiunti il cane Bolivar e un autostoppista raccattato per strada, di nuovo in fuga per sottrarre il bambino alla scuola speciale a cui è destinato, rompe l’ordine utopico di Novilla e porta la confusione in periferia. L’unica soluzione sarà ripresentarsi al centro di ricollocazione. «Buon giorno, siamo appena arrivati e cerchiamo un posto dove stare...».

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